Amianto: Palermo, salvi gli ex vertici Fincantieri. La prescrizione gioca contro i lavoratori ammalati: ECCO PERCHE’ INSISTIAMO DA SEMPRE NEL PROCEDERE CON L’ AZIONE CIVILE

Nessuna giustizia per  i nove lavoratori Fincantieri ammalati di asbestosi. Come tristemente troppe volte accade contro la giustizia spettante ai lavoratori gioca la prescrizione ( ed una giustizia lenta): ci sono voluti  – infatti – dieci anni per chiudere il primo grado di questo processo che salva gli ex dirigenti di Fincantieri Palermo dal rispondere del reato di lesioni gravissime nei confronti dei nove operai, perché il reato si prescrive in sette anni e mezzo. Il giudice monocratico in aula ha dichiarato, quindi, la prescrizione per tre ex dirigenti.
Il giudice ha potuto però condannare gli stessi ex vertici per omicidio colposo plurimo, con condanne dai 4 a i 2 anni, in quanto non avrebbero adottato le cautele previste dalla legge per le lavorazioni dell’amianto, provocando in questo modo la morte di dieci operai. Per quanto riguarda il risarcimento civile ai familiari delle vittime sono stati complessivamente riconosciuti 80 mila euro di provvisionale ma il risarcimento del danno dovrà essere adesso oggetto di quantificazione e valutazione da parte del giudice civile. Come abbiamo sempre sostenuto è preferibile scegliere un procedimento civile per ottenere il risarcimento del danno rispetto al più famoso, ma più difficoltoso, procedimento penale. I vantaggi non si fermano ai termini di prescrizione, ma possono essere ravvisati anche nella prova della responsabilità del legittimato passivo (in questo caso un ente e non un singolo), nella sua solvibilità, ed in una conseguente quantificazione del danno che avrà importi maggiori.La strada del processo civile, invece, offre maggiori garanzie: sia in termini di esito positivo del processo nel senso di ottenere una condanna dell’azienda al risarcimento del danno, sia in termini di decorrenza della prescrizione la cui disciplina è profondamente diversa rispetto a quella penale. La prescrizione del risarcimento del danno in campo civile, infatti, a differenza del campo penale comincia a decorrere non dal giorno in cui il terzo tiene il comportamento che determina poi a distanza di anni il danno, e neanche dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, bensì da quello in cui la malattia può essere percepita, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche, come un danno conseguenza del comportamento del terzo. Non è, pertanto, sufficiente la mera consapevolezza da parte della vittima di stare male, bensì occorre che quest’ultima da un lato sia consapevole di aver sviluppato una malattia irreversibile o comunque duratura, dall’altro lato, sia altresì consapevole di cosa ha determinato la sua malattia, e quindi del fatto che a monte della stessa vi sia stato un fatto illecito ( in tal senso le Sezioni Unite della Cassazione sentenza n. 576/2008). E’ di tutta evidenza quindi come, trattandosi di danni lungo latenti, nel campo civile la prescrizione decorra a distanza di 30 o anche 40 anni dal fatto illecito e cioè dal momento in cui insorge la malattia e si ha piena consapevolezza che la stessa è da ricondursi alla attività illecita del proprio datore di lavoro. Orbene nel campo civile la prescrizione del danno è di natura contrattuale e quindi di durata decennale ed in particolare trattandosi di danni da rapporto di lavoro la normativa specifica ha previsto, in caso di decesso, un aumento di detto termine a 14 anni.