CEDU: LE NUOVE FRONTIERE DELLA CONFISCA PER LOTTIZZAZIONE ABUSIVA

Dopo quasi tre anni di attesa è stata depositata dalla Grande Camera della Corte EDU la sentenza relativa alla causa G.I.E.M. s.r.l. e altri c. ITALIA in materia di confisca per lottizzazione abusiva nelle zone di Punta Perotti (Bari), Golfo Aranci (Olbia) e di Testa di Cane e Fiumarella di Pellaro (Reggio Calabria). All’origine della stessa vi sono tre ricorsi (1828/06, 34163/07 e 19029/11), poi riuniti per identità di fatti e normativa, proposti da un cittadino italiano e da quattro società contro la Repubblica Italiana.

In particolare, la questione sulla quale la Corte si è pronunciata riguarda la compatibilità con la Convenzione della confisca senza condanna. Infatti, nel caso di specie, tutti i ricorrenti avevano subito la confisca dei loro beni pur non essendo nessuno di essi stato oggetto di una condanna formale. In particolare, per quanto riguarda G.I.E.M. S.r.l., né la società né i suoi rappresentanti sono stati sottoposti a procedimento; le altre società ricorrenti non sono mai state parti in causa nei procedimenti in questione e l’unico nei confronti del quale si è proceduto è il cittadino italiano, ma l’azione penale è caduta in prescrizione.

I ricorrenti tutti – sulla base del famoso precedente della Corte Europea (sentenza Varvara) – ritenevano inapplicabile la confisca in assenza di una condanna formale. Il Governo, a favore della tesi opposta, invitava la Corte di Strasburgo ad aderire alle tesi dei Giudici Interni (sent. n. 49/2015 Corte Costituzionale).

Nella sentenza in commento viene sottolineato che le società ricorrenti, non essendo state parti in causa nel procedimento, in virtù del principio vigente all’epoca dei fatti societas delinquere non potest, non possono essere state oggetto di una precedente dichiarazione di responsabilità formale. La Corte ha, pertanto, ritenuto che l’art. 7 è quindi stato violato per tutte le società ricorrenti.

La questione di stabilire se la dichiarazione di responsabilità penale potesse soddisfare i requisiti formali si pone quindi unicamente per quanto riguarda il ricorrente persona fisica, essendo stato lo stesso parte di un processo penale, ma essendosi il reato prescritto.

La Corte ha compiuto una valutazione circa “l’importanza che ha, in una società democratica, il fatto di garantire lo Stato di diritto e la fiducia nella giustizia delle persone sottoposte a giudizio” e “dell’oggetto e dello scopo del regime applicato dai tribunali italiani”. Lo scopo di questo regime è “la lotta contro l’impunità che deriva dal fatto che, per l’effetto combinato di reati complessi e di termini di prescrizione relativamente brevi, gli autori di questi reati sfuggirebbero sistematicamente all’azione penale e, soprattutto, alle conseguenze dei loro misfatti”. La Corte, quindi, ritenuto che, nel caso in cui sussistano tutti gli elementi del reato di lottizzazione abusiva (e se è stato rispettato il diritto di difesa), anche se la sentenza, a causa della prescrizione, è di non luogo a procedere, tale sentenza deve essere considerata una condanna.

Di conseguenza, l’articolo 7 non è stato violato per quanto riguarda il solo ricorrente persona fisica.

La Corte ha però poi ritenuto che la confisca sia stata una misura sproporzionata e che vi sia, quindi, stata violazione dell’articolo 1 del Protocollo n. 1 nei confronti di tutti i ricorrenti.

Infine la Corte, dal momento che ha accertato la violazione della Convenzione (e dei Protocolli) e che non è però possibile rimuovere le conseguenze di tale violazione, ha invitato le parti ad addivenire ad un accordo, stante la possibilità ex art. 41 della Convenzione di accordare un’equa soddisfazione alla parte lesa.

Avv. Elisa Ferrarello

Studio Legale Frisani