EUROPA: DOPO IL CASO TALPIS, ANCORA TROPPA VIOLENZA E DISCRIMINAZIONE DI GENERE IN ITALIA

La decisione del 1 ottobre 2020 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa prende in esame le misure messe in atto dall’Italia contro la violenza domestica, dopo l’emblematico caso Talpis c. Italia.

Come noto, il caso riguarda le violazioni degli articoli 2 e 3 della Convenzione a causa dell’inerzia delle autorità italiane nel trattare la denuncia della ricorrente relativa alla violenza domestica inflittale dal marito nel 2012, un’inerzia che ha incoraggiato un’escalation di questa violenza che è culminata nel 2013 in un tentato omicidio della ricorrente e nell’omicidio di suo figlio; nonché la violazione dell’articolo 14, in combinato disposto con gli articoli 2 e 3, a causa dell’aspetto discriminatorio delle carenze individuate dalla Corte nella protezione delle donne contro la violenza domestica.

Il Comitato da atto che, a seguito della ratifica della Convenzione di Instanbul nel 2013, sono state adottate varie misure dall’Italia per contrastare la violenza di genere: da una maggiore sensibilizzazione pubblica alla tematica ad una migliore assistenza alle vittime per finire con un aumento delle pene previste per violenza sessuale, violenza domestica e stalking, passando dalla creazione di una Commissione Parlamentare ad hoc e dallo stanziamento di nuove risorse (L. n. 69/2019).

Il Comitato ha, quindi, accolto con favore queste misure adottate dalle autorità italiane, incoraggiandole a proseguire i loro sforzi per fornire una risposta globale a tutti gli aspetti del problema della violenza contro le donne.

I dati forniti al Comitato hanno mostrato un aumento significativo nelle denunce di casi di violenza domestica, un miglioramento del tasso di condanne, anche per molestie e una tendenza al ribasso nella durata dei procedimenti penali.

Dall’altro lato è, però, emerso che mentre il tasso di omicidi è diminuito in Italia negli ultimi anni, la percentuale di vittime di sesso femminile, anche in circostanze estranee alla violenza di genere, è aumentata. Nel 2018 sono state uccise 133 donne (10 in più rispetto al 2017). Nell’80% di questi casi l’autore del reato era un parente (partner o marito, attuale o ex).

Per il Comitato, alla radice delle violazioni riscontrate c’è “l’inadeguatezza della risposta immediata data dalla polizia e dalla magistratura alla denuncia della ricorrente relativa alla violenza domestica, che l’ha privata di una protezione efficace e ha aperto la strada a una tragica escalation di violenza”.

Inoltre, il Comitato ritiene che “le autorità abbiano fornito solo informazioni parziali in risposta all’ultima decisione del Comitato, che non consentono di valutare appieno se le misure adottate abbiano rimediato alle carenze rivelate dalla sentenza. È quindi essenziale che le autorità forniscano rapidamente informazioni complete e dati statistici sull’impatto delle misure adottate, come richiesto dal Comitato”.

Desta, infine, preoccupazione nel Comitato l’elevato tasso (oltre il 50%) di procedimenti penali per violenza domestica e sessuale oggetto di non luogo a procedere nel 2018.

A parere del Comitato, quindi, nonostante l’ampia gamma di misure adottate e i progressi compiuti, la violenza contro le donne e la discriminazione di genere rimangono un’emergenza pubblica in Italia.

Dal canto loro, le autorità ritengono di aver adempiuto ai loro obblighi ai sensi dell’articolo 46 e chiedono che l’esame del caso venga chiuso.

Per il Comitato, invece, “il monitoraggio continuo dell’esecuzione di questa sentenza è, tuttavia, necessario al fine di garantire che le questioni in sospeso, in particolare relative all’attuazione del quadro giuridico messo in atto per proteggere le donne dalla violenza domestica e di genere, vengono rapidamente risolte”.

L’Italia ha, quindi, tempo fino al 31 marzo 2021 per dimostrare al Consiglio d’Europa di non essere inadempiente sulla Convenzione di Istanbul firmata e ratificata proprio per contrastare la violenza di genere.

Avv. Elisa Ferrarello
Studio Legale Frisani