Amianto

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Sì. Le spese mediche di genere vario, sostenute o da sostenere, sono dovute, in quanto documentate, ovvero presumibili e notorie quali normali effetti dell’evento lesivo.

Ai fini della responsabilità generale sul pericolo amianto, compete un obbligo di gestione del rischio a tutti i proprietari di immobili e di impianti con amianto (anche cemento-amianto), in quanto responsabili di eventuali danni causati alla collettività dalla dispersione di fibre di amianto.
In particolare per l’amianto friabile compete l’obbligo di comunicarne la presenza, se è attivato il censimento a livello regionale, ai Dipartimenti di Prevenzione e di attuare, in tempi brevi, una serie di azioni che consentano di accedere e di stazionare nei locali in piena sicurezza.
Prima di tutto, deve essere eseguita una valutazione del rischio mirata alla scelta del metodo di bonifica più efficace, al fine di eliminare o comunque minimizzare l’esposizione degli occupanti, siano essi lavoratori che cittadini.

La presenza di materiali costituiti da amianto non è di per sé pericolosa. Se il materiale è in buone condizioni è assai improbabile che rappresenti un rischio per la salute e pertanto è inopportuna la bonifica.
Al contrario, quando le superfici di eternit (amianto-cemento) dei capannoni divengono friabili al tatto e iniziano a sfaldarsi, a causa dell’azione di agenti esterni come la pioggia o gli urti, è NECESSARIO e OBBLIGATORIO, per legge, RIMUOVERLE.
Infatti, in questo caso, si sprigionano particelle di amianto, fibre di amianto, altamente dannose per la salute dei cittadini

I rischi per la salute derivanti dal contatto con l’amianto sono sicuramente molto più elevati per chi lavora a stretto contatto con questo materiale. Questo non significa che il problema sia da sottovalutare per chi non ci lavora e per i seguenti motivi: il rischio tumorale non ha teoricamente valori di soglia; le fibre inalate nel tempo si accumulano nell’organismo e aumentano la probabilità di provocare danni; la popolazione esposta comprende anche i bambini (ad es. di una scuola con strutture in amianto) che hanno una lunga aspettativa di vita e, quindi, una maggiore possibilità di sviluppare il tumore.
L’esposizione “civile” è una esposizione reale poiché normalmente chi occupa un edificio in cui è presente l’amianto non porta mezzi di protezione delle vie respiratorie, a differenza dei lavoratori esposti.

Dal 1994 è vietata la commercializzazione e la produzione di prodotti di amianto o contenenti amianto, pertanto da questa data non può più essere utilizzato se non già presente.

La richiesta di verifica della situazione deve essere inviata al Sindaco del Comune di residenza, che attiverà ARPA per i controlli. ARPA effettuerà un sopralluogo per verificare, utilizzando le indicazioni predisposte dalla Regione, se il tetto sia ancora in buone condizioni o debba essere trattato/sostituito. Se ritenuto necessario (ossia quando non si è sicuri che sia eternit) può essere eseguito un prelievo di materiale.

I proprietari degli immobili con eternit sono tenuti alla segnalazione all’ASL che effettua un censimento dei siti con presenza di amianto. La rimozione non è sempre necessaria, i tecnici valutano la possibilità di fissare il materiale in modo da renderlo innocuo, oppure la necessità della sua rimozione. Se i materiali sono danneggiati e pericolosi è obbligatoria la bonifica attraverso rimozione o fissaggio, anche in proprietà private.

La competenza sui controlli è delle ASL e delle sezioni provinciali ARPAT competenti per il territorio. È possibile rivolgersi anche a laboratori privati specializzati.

La segnalazione deve essere fatta alla Polizia Municipale e/o all’ASL di appartenenza. Se si tratta di una rimozione non autorizzata provvederanno a fermare i lavori; nel caso in cui l’operazione sia stata autorizzata faranno rispettare le prescrizioni della ASL, l’Ente competente.

Nel caso di comprovata pericolosità delle strutture in amianto, l’ASL deve intervenire, altrimenti si può configurare il reato di omissione di atti d’ufficio. Può essere utile procedere con una diffida preliminare anche attraverso le associazioni che trattano questi aspetti, come l’Associazione Esposti Amianto (AEA).

Un elenco delle leggi sull’Amianto si trova nel sito del Ministero della Salute: Normativa Amianto

L’amianto rappresenta un pericolo per la salute a causa degli effetti nocivi che le fibre minerali di cui è costituito possono determinare in seguito all’inalazione di polveri rilasciate negli ambienti dai materiali che lo contengono.
Il rilascio di fibre può avvenire in occasione di una loro manipolazione/lavorazione oppure spontaneamente, come nel caso di materiali friabili usurati e sottoposti a sollecitazioni meccaniche (ad es. vibrazioni, correnti d’aria, urti, ecc.).
L’esposizione alle fibre di amianto è associata a malattie a carico dell’apparato respiratorio e delle membrane sierose, principalmente la pleura, che possono insorgere molto tempo dopo la cessazione dell’esposizione: da 10-15 anni per l’asbestosi e anche 20-40 anni per il carcinoma polmonare e il mesotelioma.
L’asbestosi è una patologia cronica ed è quella che per prima è stata correlata all’inalazione delle fibre di amianto. Si manifesta per esposizioni medio-alte.
Il carcinoma polmonare è un tumore del polmone che può insorgere per esposizioni anche a basse dosi.
Il mesotelioma, un tumore della pleura o dell’intestino, è associato all’esposizione all’amianto anche per basse dosi.
In genere, le esposizioni negli ambienti civili, di vita quotidiana, pur essendo nettamente inferiori a quelle professionali, non sono da sottovalutare perchè l’effetto tumorale non ha teoricamente valori di soglia.

Sì. In generale, nel caso di sospetta presenza di amianto in edifici pubblici, locali aperti al pubblico e di utilizzo collettivo, l’Ente pubblico deve procedere alla prima fase di ricerca delle situazioni “sospette”, richiedendo le specifiche dei materiali ai produttori; in seguito, potrà coinvolgere il Dipartimento di Prevenzione e/o l’ARPA.

Esistono tre metodi: la rimozione, l’incapsulamento e il confinamento. 
La rimozione deve essere eseguita da personale competente e con le adeguate protezioni.
L’incapsulamento consiste nel trattamento dell’amianto con prodotti penetranti o ricoprenti che, a seconda del tipo di prodotto usato, tendono a inglobare le fibre di amianto, a ripristinare l’aderenza al supporto e a costituire una pellicola di protezione sulla superficie esposta. Questo intervento non richiede la successiva applicazione di un prodotto sostitutivo e non produce rifiuti tossici. È importante rilevare, però, che permanendo nell’edificio il materiale di amianto, ne consegue la necessità di mantenere un programma di controllo e manutenzione. Occorre inoltre verificare periodicamente l’efficacia dell’incapsulamento che, con il tempo potrebbe alterarsi o essere danneggiato, ed eventualmente ripetere il trattamento.
Il confinamento consiste nell’installazione di una barriera a tenuta che separi l’amianto dalle aree occupate dell’edificio. Se non viene associato a un trattamento incapsulante, il rilascio di fibre continua all’interno del confinamento. Rispetto all’incapsulamento, presenta il vantaggio di realizzare una barriera resistente agli urti. È indicato nel caso di materiali facilmente accessibili, in particolare per la bonifica di aree circoscritte (ad es. una colonna). Non è indicato quando sia necessario accedere frequentemente nello spazio confinato. Occorre sempre un programma di controllo e manutenzione, in quanto l’amianto rimane nell’edificio; inoltre la barriera installata per il confinamento deve essere mantenuta in buone condizioni.

L’amministratore di condominio ha la responsabilità delle parti condominiali comuni e non dei singoli appartamenti presso i quali può svolgere un’azione di informazione e sensibilizzazione.
 Deve pertanto inviare la notifica per la presenza di amianto nelle parti comuni dell’edificio, nei termini fissati dalla Giunta Regionale, all’ASL competente del territorio. L’invio deve essere fatto tramite plico raccomandato.

Non esistono incentivi diretti.
È possibile, attraverso il conto energia, sfruttare la sostituzione della copertura di cemento-amianto per l’installazione dei pannelli solari fotovoltaici: in questo caso viene data una percentuale in più di contributi statali, che può permettere di coprire anche le spese di rimozione. Altrimenti, si può utilizzare il finanziamento per l’aumento dell’efficienza energetica degli edifici, e in questo modo far rientrare quella spesa, almeno in parte, negli incentivi.
A livello locale, le Amministrazioni possono decidere di incentivare queste operazioni, ma solitamente si concretizzano nella riduzione dei costi di conferimento dell’amianto presso i gestori dello smaltimento dei rifiuti pericolosi.

In primo luogo, se l’azienda ne dispone, è opportuno richiedere una visita straordinaria del medico competente che effettua le visite periodiche ai dipendenti. Se l’azienda non è fra quelle che hanno l’obbligo della sorveglianza sanitaria, oppure si rendono necessari ulteriori approfondimenti, lo SPSAL (Servizio di Prevenzione e Sicurezza degli Ambienti di Lavoro) può effettuare, su richiesta, visite specialistiche di consulenza.

La Suprema Corte di Cassazione ha spiegato che l’art. 2087 del Codice Civile, prescrivendo ai datori di lavoro di adottare le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro, ha stabilito un obbligo che si riferisce al modo di organizzare l’impresa apprestando attrezzature e servizi idonei allo scopo.
In particolare, i Supremi Giudici hanno sottolineato che la pericolosità dell’amianto è nota da tempo alla scienza medica, tanto che: “Allo stato attuale delle conoscenze non è possibile escludere l’esistenza di un rischio di tumore polmonare anche a livelli di esposizione estremamente bassi… ”, inoltre, “… la filiera del comando, come si usa oggi delineare una complessa realtà aziendale, ovvero la responsabilità di un’organizzazione sanitaria di grande potenzialità sul piano della prevenzione e tutela della salute, si è dimostrata inadeguata e/o difettosa, pur tra cotanto senno, nel rilevare e segnalare tempestivamente al vertice gestionale il serio e non ipotetico pericolo incombente, costituito dalle fibre d’amianto diffuse nel materiale rotabile, suggerendo rimedi che la comunità scientifica internazionale aveva ormai allo studio”. (Cass. Sez lav. 644 del 2005)
Condannando così il datore di lavoro al risarcimento dei danni.

Innanzitutto occorre ribadire che l’amianto risulta pericoloso per la salute solo se viene inalato, in questo caso la soglia di rischio si integra di per sé. Quindi, nel caso in cui l’esposizione all’amianto sia avvenuta in conseguenza di inalazioni di polveri rilasciate negli ambienti occorre innanzitutto provvedere alle denunce alla proprietà dell’immobile, sia pubblica che privata. Successivamente, è consigliabile monitorare la propria situazione clinica, rivolgendo una particolare attenzione alla salute del sistema cardiorespiratorio.

L’esposizione all’amianto, qualora abbia determinato nella persona esposta l’insorgere di una situazione di ansia collegata alla consapevolezza del rischio per la propria salute, legittima la richiesta del danno. Tale danno verrà riconosciuto solo nel caso in cui il soggetto riesca a dimostrare di aver sofferto, patito conseguenze psichiche (stati di ansia e/o depressivi) ricollegabili all’esposizione all’amianto subita.

In relazione a questa situazione esiste un interessante precedente giurisprudenziale che ha decretato possibile il turbamento psicologico provato dai cittadini che vivevano nei pressi di un impianto che utilizzava amianto, in quanto consci della reale pericolosità dell’amianto e consapevoli di essere potenzialmente a rischio di malattia.
Una sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Appello di Lecce che risale al 2002, ha espresso infatti un importante principio di diritto: “In caso di compromissione dell’ambiente a seguito di disastro colposo, il danno morale soggettivo lamentato dai soggetti che si trovano in una particolare situazione, in quanto abitano e/o lavorano in detto ambiente e che provino in concreto di avere subito un turbamento psichico, come sofferenze e patemi d’animo, di natura transitoria a causa dell’esposizione a sostanze inquinanti e alle conseguenti limitazioni del normale svolgimento della loro vita, è risarcibile autonomamente anche in mancanza di una lesione all’integrità psico-fisica, come il danno biologico, o di altro evento produttivo di danno patrimoniale”. 
In pratica, la Corte riconosce che conoscendo il pericolo, il turbamento prodotto dalla notizia possa essere considerato motivo sufficiente per chiedere e ottenere il risarcimento del danno subito e patito. La ragione, spiega poco dopo la sentenza, sta nel fatto che “si tratta di reato plurioffensivo che comporta oltre all’offesa all’ambiente e alla pubblica incolumità, anche l’offesa ai singoli, pregiudicati nella loro sfera individuale”. 
Quindi, coloro che sanno di aver vissuto in un ambiente dove, per anni, sono state riversate nell’aria fibre di amianto, sia per inquinamento industriale che per inquinamento ambientale (ad es. il rilascio di fibre da manufatti di amianto in cattivo stato di manutenzione), ora che risulta chiaro il rischio cui sono stati sottoposti, possono unirsi in un’azione legale e procedere contro il soggetto responsabile di questo inquinamento, chiedendo il riconoscimento del danno morale personale. 
Un’ipotesi che, fino a pochi anni fa, appariva impensabile perché, mentre per i lavoratori veniva riconosciuta la prova del rapporto causa-effetto fra amianto e malattie professionali come l’asbestosi, per tutti gli altri cittadini che pure si erano ammalati di mesotelioma e ne erano morti, sembrava non esistesse una norma che ne tutelasse il diritto alla salvaguardia della propria salute. 
Occorre però che il cittadino possa provare con certezza il danno ambientale da inquinamento da amianto nonché il danno effettivo alla salute subito (patologie tipicamente connesse all’inalazione di fibre di amianto e/o il danno morale da esposizione al rischio). Quindi, in sintesi, questa procedura non è sempre applicabile, ma solo in situazioni ben definite in cui l’amianto ha effettivamente determinato un danno ambientale concreto.

Sì certamente. Agli eredi è riconosciuta la legittimazione ad agire sia in ragione della lesione della propria sfera personale (la perdita della persona cara comporta, infatti, sia un danno morale che patrimoniale, qualora la persona deceduta percepisse reddito o potesse percepirlo) che in relazione alla tutela della posizione giuridica della persona deceduta, nel caso in cui la stessa non avesse già agito la propria domanda, in via autonoma, quando era ancora in vita.

Tutti i proprietari di immobili e di impianti industriali contenenti amianto friabile.
Ai fini della responsabilità generale sui pericolo dell’amianto, compete un obbligo di gestione del rischio a tutti i proprietari di immobili e di impianti con amianto (anche cemento-amianto, eternit) in quanto responsabili di eventuali danni causati alla collettività e ai dipendenti dalla dispersione nell’ambiente di fibre di amianto. In questi casi (ad es. coperture ecc.), il pericolo è presente soprattutto nelle fasi di manutenzione, rimozione o demolizione della struttura, operazioni soggette alla presentazione obbligatoria di un piano di lavoro al Dipartimento di Prevenzione dell’ASL (ex art. 34 Dlgs. 277 del 1991).