GRAZIE ANCHE ALL’APPLICAZIONE DEI PRINCIPI DELLA CEDU, LA DICHIARAZIONE DI INAMMISSIBILITÀ DI UN’IMPUGNAZIONE NON PUÒ ESSERE DETTATA DA MOTIVI MERAMENTE FORMALI

La sentenza della Suprema Corte n. 17036/2018 affronta, sebbene in un obiter dictum, la questione relativa al contenuto del ricorso per Cassazione, e risolve un nascente contrasto giurisprudenziale applicando e facendo propri i principi della Corte EDU.

In particolare, la questione sulla quale la Suprema Corte si è pronunciata riguarda il contenuto del ricorso per cassazione. Il contenuto di tale ricorso è enunciato all’art. 366 c.p.c. e prevede, secondo l’ordine descrittivo, l’esposizione dei fatti di causa prima dei motivi per i quali viene impugnata la sentenza.

Il ricorso che la Corte ha esaminato con la sentenza richiamata non presentava, invece, la struttura “classica” richiesta dal predetto articolo, ma conteneva gli elementi ivi previsti in maniera sparsa.

Occorreva, dunque, stabilire se un ricorso per cassazione redatto senza rispettare “l’ordine” indicato nell’art. 366 c.p.c. potesse essere dichiarato inammissibile come  eccepito dalle parti intimate.

L’orientamento maggioritario riteneva che l’art. 366 c.p.c. non stabilisse, come in effetti appare da un punto di vista letterale, un ordine formale di sequenza per l’elencazione dei requisiti richiesti per il ricorso per Cassazione a pena di inammissibilità. In particolare la parte in fatto deve essere esposta nell’atto, ma non necessariamente come parte a sé stante ricorso o secondo “l’ordine” indicato nella norma, ma può anche desumersi dal contesto dell’atto e quindi anche nella parte della motivazione in diritto (cfr. ex multis Cass. Civ., Sez. Un., n. 5698/2012).

L’orientamento minoritario, sviluppatosi più recentemente, riteneva al contrario necessaria l’esposizione separata di ogni requisito dell’art. 366 c.p.c. e secondo l’ordine ivi previsto, pena l’inammissibilità del ricorso (cfr. Cass. Civ. n. 19756/2005).

Il Collegio, però, anche sulla scorta dei principi espressi dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ha ritenuto che “il giudice ha l’obbligo di adottare l’interpretazione che favorisca una decisione piena sul merito della causa, piuttosto che un’interpretazione la quale conduca ad un giudizio di inammissibilità in rito”. Pertanto, ha ritenuto che l’orientamento in linea con i principi espressi dalla CEDU (che formano ormai parte integrante del diritto eurounitario!), in particolare con l’art. 6, par. 1, ovvero il diritto all’accesso alla giustizia, fosse il primo.

La Corte EDU ha, infatti, stabilito in numerose sentenze che è certamente possibile dichiarare l’inammissibilità di un’impugnazione per ragioni formali, ma solo quando la causa di inammissibilità “sia prevista dalla legge, possa essere prevista ex ante, e non sia di derivazione giurisprudenziale ovvero, se lo sia che: non sia frutto di un’interpretazione troppo formalistica, risulti comunque da un orientamento consolidato, sia chiara ed univoca”.

Ora, appare evidente che l’art. 366 c.p.c. imponga che il ricorso contenga l’esposizione dei fatti, ma non che questi siano anteposti all’esposizione dei motivi. E, per di più, la Corte EDU non consente di dichiarare l’inammissibilità dove i requisiti richiesti siano presenti o comunque agevolmente desumibili dall’atto (cfr. Trevisanato c. Italia, Miessen c. Belgio e RTBF c. Belgio).

Pertanto, nel caso de quo la Corte è arrivata a pronunciarsi nel merito, rigettando nello specifico il ricorso proposto, ma prendendo posizione sulle questioni realmente sollevate dal ricorrente e non per ragioni meramente formali!

Finalmente anche i Giudici nazionali, grazie all’applicazione dei principi eurounitari, danno prevalenza al dato concreto della questione di diritto rispetto a questioni meramente formali in ossequio ad una visione della giustizia più moderna e più vicina al cittadino.

Avv. Elisa Ferrarello

Studio Legale Frisani