IL BEL PAESE E LE ISTITUZIONI EUROPEE: LE STATISTICHE PARLANO!

LE ISTITUZIONI EUROPEE HANNO RESO PUBBLICHE LE RELAZIONI DI BILANCIO E L’ITALIA È ANCORA NEL MIRINO DELLE POLEMICHE…

CGUE: negli ultimi dieci anni la Corte ha emesso 94 sentenze, pari al 12% del totale a carico degli Stati membri, che hanno visto l’Italia imputata di non aver rispettato la normativa europea. Ben 74 di queste sono state emesse tra il 2007 e il 2011, mentre la situazione è migliorata a partire dal 2012 in cui si è ridotto il numero delle pronunce e contestualmente sono diminuiti i deferimenti alla Corte di Giustizia, anche grazie al maggiore utilizzo della piattaforma Eu Pilot (strumento che favorisce il dialogo tra Bruxelles e gli Stati membri per addivenire ad una soluzione “amichevole” e prevenire una procedura di infrazione). Una delle ultime controversie approdate in Corte Ue ha ad oggetto i ritardi di pagamento della PA alle imprese, tempi che vanno ben oltre quelli previsti dalla direttiva europea 2011/7/UE. Altre cause riguardano il mancato recupero degli aiuti di Stato, l’irregolarità di alcune discariche di rifiuti, il recupero dei prelievi arretrati sulle quote latte nonché in tema di fiscalità e dogane.

Non solo! Dal 2007 al 2016 i giudici italiani si sono rivolti 492 volte alla Corte di Giustizia per avere il cd. “parere pregiudiziale” sull’interpretazione della normativa europea. Alcune pronunce hanno avuto un grosso impatto vincolando il Paese a modifiche dell’ordinamento italiano. È proprio accaduto con il fenomeno dei precari a vita nella scuola, ritenuto contrario al diritto europeo che ha portato il governo Renzi ad inserire nella riforma della “Buona Scuola” il limite temporale di 36 mesi per i contratti di lavoro a tempo determinato.

La Corte Ue batte l’Italia anche sulle tempistiche decisionali, infatti basti pensare che per le domande pregiudiziali l’interpretazione arriva in media dopo 15 mesi, per i casi di infrazione dopo circa 19 mesi.

CEDU: è stata pubblicata la relazione annuale sull’attività del 2017 che evidenzia la riduzione a Strasburgo dei casi pendenti: 56.250 nel 2017, a fronte dei 79.750 nel 2016 che vuol dire -29%. Una diminuzione, scrive Guido Raimondi, Presidente della Cedu, nella relazione annuale presentata il 25 gennaio, dovuta all’elevato numero di ricorsi dichiarati inammissibili per mancanza del previo esaurimento dei ricorsi interni. Nel 2017 i ricorsi attribuiti a una formazione giudiziaria sono stati 63.350, ossia più del 19% rispetto ai 53.400 del 2016. Ben 70.356 ricorsi sono stati dichiarati inammissibili o radiati dal ruolo rispetto ai 36.579 dell’anno precedente. Sono diminuiti i ricorsi comunicati ai Governi: 7.225 nel 2017, mentre erano 9.533 nel 2016. La riunione di molti ricorsi ha portato a un netto balzo in avanti delle sentenze pronunciate nel 2017: la Corte ha deciso su 15.595 casi a fronte dei 1.927 nel 2016. Tenendo conto che i casi sono stati riuniti o cancellati dal ruolo le sentenze sono state 1.086 (+8%). Il risultato finale è stato che, in ragione delle fluttuazioni dovute a un incremento di ricorsi nella prima parte dell’anno e l’elevato numero di decisioni prese negli ultimi sei mesi, la Corte è riuscita a diminuire il carico di lavoro. Nella classifica degli Stati con il maggior numero di condanne l’Italia ha subito 28 condanne e in 2 casi è stata “assolta”. Per quanto riguarda il maggior numero di casi pendenti, il Paese pesa, con 4.650 ricorsi, con l’8,3%.

Detto questo, però, va segnalato che l’Italia è stata indicata come modello per le misure adottate in materia di sovraffollamento carcerario dopo la sentenza pilota di condanna nel caso Torreggiani.

COMMISSIONE UE: rispetto alla relazione del 2016, in cui l’Italia è stata bocciata dalla Commissione Ue a causa della lunghezza dei processi, della scarsa indipendenza della magistratura italiana nonché dell’assenza di una disciplina sul rapporto di comunicazione tra gli organi giudiziari e i mezzi di informazione (collocandosi al terz’ultimo posto), il quadro di valutazione 2017 esamina aspetti nuovi del funzionamento dei sistemi giudiziari, come la facilità di accesso dei consumatori alla giustizia e i canali utilizzati per presentare reclami nei confronti di imprese. In particolare, la Commissione Ue rileva che i sistemi giudiziari sono più efficaci anche se permangono talune criticità soprattutto per quanto riguarda la durata dei procedimenti. Per i procedimenti in materia civile e commerciale, il nostro Paese si colloca addirittura all’ultimo posto della classifica, con una media di 527 giorni di durata di un procedimento. Lo Stato che riporta la miglior performance è Lussemburgo, con una durata media di 86 giorni. Con riferimento ai procedimenti amministrativi, l’Italia è al penultimo posto con durata media dei procedimenti pari a 1.008 giorni, peggiorando la propria situazione rispetto al 2014 (984 giorni). Netto miglioramento, invece, per quanto riguarda le controversie in materia di concorrenza, ove la durata media in Italia si assesta intorno ai 200 giorni. Tuttavia, anche il fatto che manchino attualmente 1.439 giudici su 9.921 e che vi sia una carenza di personale amministrativo incide sulla capacità del sistema giudiziario di risolvere nei tempi un gran numero di cause in entrata.

Avv. Valentina Nigro

Studio Legale Frisani