IL DANNO DA MORTE DEL FETO COSTITUISCE DANNO DA PERDITA DEL RAPPORTO PARENTALE

L’ordinanza n. 26301 depositata il 29 settembre 2021 dalla Corte di Cassazione appare interessante in quanto precisa che la perdita del feto è danno da perdita del rapporto parentale. La tutela del concepito ha fondamento costituzionale (artt. 2 e 31, secondo comma, Cost.; Corte costituzionale n. 27 del 1975).

Nella fattispecie si trattava di due genitori che avevano convenuto in giudizio la ASL per malpractice, chiedendo il risarcimento dei danni conseguenti alla morte del feto in utero avvenuta per omessa diagnosi di ipossia fetale ed omesso trattamento terapeutico, nonché per il ritardo imputabile ai sanitari che non avevano eseguito il taglio cesareo che con tutta probabilità avrebbe evitato la morte del feto.

La Corte di Cassazione ha anzitutto precisato che sono legittimati a richiedere il danno i componenti del consorzio familiare, ed ha anche chiarito che “tale tipo di pregiudizio rileva nella sua duplice, e non sovrapponibile dimensione morfologica “della sofferenza interiore eventualmente patita, sul piano morale soggettivo, nel momento in cui la perdita del congiunto è percepita nel proprio vissuto interiore, e quella, ulteriore e diversa, che eventualmente si sia riflessa, in termini dinamico-relazionali, sui percorsi della vita quotidiana attiva del soggetto che l’ha subita“.

La Suprema Corte evidenzia infatti aspetti come il panico, gli incubi e il mutamento delle abitudini di vita, conseguenti alla morte del feto in utero, che vanno considerati manifestazioni di danno da perdita del rapporto parentale, in cui va valorizzato appieno l’aspetto della sofferenza interiore patita dai genitori, poichè la sofferenza morale, allegata e poi provata anche solo a mezzo di presunzioni semplici, costituisce assai frequentemente l’aspetto più significativo del danno de quo.

Conclude la Corte di Cassazione precisando che vi è una enorme differenza fra il danno da perdita del rapporto parentale e quello per la sua compromissione, differenza “che rileva da un punto di vista qualitativo/quantitativo del risarcimento se è vero che, come insegna la più recente ed avveduta scienza psicologica, e contrariamente alle originarie teorie sull’elaborazione del lutto, quella della cosiddetta elaborazione del lutto è un’idea fallace, poichè che camminiamo nel mondo sempre circondati dalle assenze che hanno segnato la nostra vita e che continuano ad essere presenti tra noi. Il dolore del lutto non ci libera da queste assenze, ma ci permette di continuare a vivere e di resistere alla tentazione di scomparire insieme a ciò che abbiamo perduto”.

Il vero danno, afferma la Suprema Corte, nella perdita del rapporto parentale, è la sofferenza, non la relazione. E’ il dolore, non la vita, che cambia, se la vita è destinata, sì, a cambiare, ma, in qualche modo, sopravvivendo a se stessi nel mondo.