LA SOFFERENZA DEL LAVORATORE DALLA DIAGNOSI DELLA MALATTIA ASBESTO CORRELATA SINO AL DECESSO LEGITTIMA IL RICONOSCIMENTO (AGLI EREDI) DEL DANNO NON PATRIMONIALE OLTRE LE TABELLE DI MILANO

La questione trae origine dall’azione proposta dagli eredi di un lavoratore deceduto per mesotelioma pleurico in conseguenza di esposizione ad amianto.

Veniva riconosciuto in primo grado agli eredi il risarcimento del danno biologico e morale iure hereditatis sofferto dal loro dante causa. Accertata l’eziopatologia professionale del mesotelioma pleurico ed il nesso causale, il giudice condannava la società datrice di lavoro al risarcimento del danno pari alla somma di Euro 305.636,77, tenendo conto -tra le altre cose- della necessaria personalizzazione legata alla particolare afflittività della malattia.

La parte soccombente proponeva conseguentemente appello, contestando, in particolare tale riconoscimento. Non solo tale appello principale veniva respinto, ma, anzi, in accoglimento dell’appello incidentale proposto dagli eredi, veniva rideterminato il risarcimento del danno nella maggior somma di Euro 335.436,77.

Ovviamente anche la sentenza della Corte d’Appello territorialmente competente veniva impugnata dalla società datrice di lavoro, che lamentava, oltre all’an anche ed in particolar modo il quantum riconosciuto agli eredi. Riteneva infatti la ricorrente che la liquidazione del danno sofferto dal lavoratore dalla diagnosi della malattia sino al decesso -pari ad Euro 1.000 al giorno, in luogo di Euro 800- fosse in contrasto coi principi enunciati in sede di legittimità circa la necessità di un criterio di liquidazione tendenzialmente unico e coincidente con quello adottato dal Tribunale di Milano.

L’ordinanza emessa dalla Cassazione Civile, sezione Lavoro, n. 2598/2018 chiarisce, in linea con altri pronunciamenti giurisprudenziali, che “nella liquidazione del danno biologico, quando manchino criteri stabiliti dalla legge, l’adozione della regola equitativa di cui all’art. 1226 c.c. deve garantire non solo l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi (prendendo come riferimento le tabelle del Tribunale di Milano), ma anche una adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto”. Quindi, qualora i criteri seguiti per la determinazione del quantum vengano enunciati nella motivazione della sentenza -come nel caso in esame- e non siano “manifestamente incongrui rispetto al caso concreto, o radicalmente contraddittori, o macroscopicamente contrari a dati di comune esperienza, ovvero l’esito della loro applicazione risulti particolarmente sproporzionato per eccesso o per difetto”, la liquidazione del danno non può essere censurabile in Cassazione.

Viene quindi riconosciuto, ancora una volta, che la sopravvivenza del malato dal momento della diagnosi al decesso, con le annesse ed ingravescenti sofferenze, soprattutto nelle ultime fasi della vita, legittima una personalizzazione del danno superiore a quanto previsto dalle tabelle di Milano, in virtù della natura particolarmente afflittiva della malattia.

Un nuovo tassello che va ad aggiungersi al grande puzzle delle malattie asbesto correlate.

Avv. Elisa Ferrarello

Studio Legale Frisani