L’EQUA RIPARAZIONE DEVE ESSERE RICONOSCIUTA ANCHE AL CONTUMACE

L’indennizzo previsto dalla L. 89/2001 (c.d. Legge Pinto) deve essere riconosciuto anche alla parte che non si sia costituita nel procedimento che abbia superato la ragionevole durata.
E’ quanto deciso dalle Sezioni Unite della Cassazione con la sentenza n. 585 del 14 gennaio scorso, accogliendo il ricorso di un cittadino che chiedeva l’indennizzo  anche con riferimento al periodo in cui era rimasto contumace.
Il Supremo Consesso è intervenuto per risolvere un contrasto giurisprudenziale venutosi a creare sul punto. Un primo orientamento riteneva la costituzione in giudizio elemento imprescindibile per il riconoscimento dell’equa riparazione, atteso che il rimedio è diretto a risarcire il patema d’animo subito a causa della durata eccessiva del processo – la partecipazione al quale sarebbe dunque implicitamente richiesta – e che la stessa L. n. 89/2001 impone uno valutazione del comportamento delle parti nel corso del giudizio sia ai fini del riconoscimento dell’indennizzo che per la sua quantificazione (Cfr. ex multis, Cass. 23 giugno 2011 n. 13803 e 21 febbraio 2013 n. 4474).
Una seconda impostazione invece riconosceva la tutela ex legge Pinto anche a favore di chi non si sia trovato direttamente coinvolto nel procedimento. La mancata costituzione nel processo non esclude infatti che la posizione soggettiva del contumace sia comunque destinata a subire gli effetti della decisione giudiziale (in questo senso, ex multis, Cfr. Cass. 12 ottobre 2007 n. 21508, 2 aprile 2010 n. 8130, 10 novembre 2011 n. 27091, 14 dicembre 2012 n. 23153, 21 febbraio 2013 n. 4387).
Le SS.UU. hanno aderito a quest’ultimo orientamento: non esistono, nelle disposizioni sia internazionali sia interne che disciplinano la materia, espresse limitazioni, per il contumace, del diritto a ottenere in tempi ragionevoli la conclusione del giudizio, anche se non vi si è costituito. L’art. 6 della CEDU, attribuisce tale diritto a “ogni persona”, relativamente alla “sua causa”, mentre la L. 24 marzo 2001, n. 89, art. 2 assicura una equa riparazione a “chi ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale” per effetto della violazione di quel principio.
La tutela è dunque apprestata indistintamente a tutti coloro che sono coinvolti in un procedimento giurisdizionale, tra i quali non può non essere annoverata anche la parte non costituita in giudizio, nei cui confronti la decisione è comunque destinata a esplicare i suoi effetti. Risulta pertanto arbitrario escludere il contumace dalla garanzia di “ragionevole durata”, che l’art. 111 Cost. inserisce tra quelle del “giusto processo” e demanda alla legge di assicurare, insieme con quelle del contraddittorio, della parità tra le parti, della terzietà e imparzialità del giudice, che certamente competono anche a chi non si sia costituito in giudizio.
Nella tradizione giuridica italiana, del resto, la contumacia è sempre stata configurata come un atteggiamento pienamente legittimo, non preclusivo dell’assunzione della qualità di parte, ma ragione anzi di talune specifiche tutele.
Non vi è dunque ragione per negare che anche il contumace possa subire quel disagio psicologico di cui normalmente risentono le parti a causa del ritardo eccessivo con cui viene definito il processo che le riguarda.