RIMBORSI IRAP DEI MINI STUDI: MAXI UDIENZA IN CASSAZIONE

Maxi udienza in Cassazione per trovare una posizione comune e chiarificatrice sui mini studi.

Ottanta ricorsi all’esame di 18 giudici della Suprema Corte

L’Irap dei ministudi va al giudizio

Contenzioso. L’8 febbraio maxi-udienza in Cassazione per decidere se i professionisti senza autonoma organizzazione devono pagare il tributo – Ottanta ricorsi all’esame di 18 giudici della Suprema corte – Si cerca una posizione comune

Più della metà della sezione tributaria della Cassazione precettata per l’Irap-day. Sono ben diciotto i consiglieri incaricati di studiare la questione, suddivisi in due collegi potenziati, che nel corso della maxi udienza monografica dell’8 febbraio dovranno tirar fuori dal cilindro la soluzione al caso “autonoma organizzazione” (si veda “Il Sole 24 Ore” del 5 ottobre scorso). Sempre che una soluzione ci sia. A oggi, a quanto risulta, il pool di magistrati esperti di tributi è ancora lontano da una posizione comune e la prima riunione interlocutoria nella stanza di Presidenza non ha avuto esito positivo. I giudici dovranno studiare attentamente i fascicoli ricevuti, per arrivare preparati e allineati all’imminente appuntamento di febbraio; ognuno di loro sarà relatore di cinque cause, in media, e la mancanza di uniformità avrebbe effetti disarmanti.
La strategia
L’intenzione è quella di elaborare un principio risolutivo, capace di smaltire in automatico il grosso carico di processi parcheggiati al piano terra del Palazzaccio, nella stanza tributaria della Struttura-filtro dei ricorsi civili.
In udienza, infatti, finiranno solo un’ottantina delle cause Irap pendenti, scelte a campione per riuscire ad abbracciare tutte le categorie di professionisti interessate alla cancellazione del debito regionale. Tutto il resto, un “armadio pieno” di centinaia di fascicoletti, resta fermo ai nastri di partenza, nella speranza di poter chiudere le pratiche direttamente in Camera di consiglio, forti di una certezza giurisprudenziale, finalmente ritrovata.
Ingegneri, avvocati, medici, geometri, studi associati. In udienza, davanti ai collegi presieduti da Giovanni Prestipino e Giovanni Paolini, ci saranno proprio tutti i protagonisti del contenzioso avviato dalla sentenza della Consulta 156/2001. E persino qualcuno in più. A sorpresa, tra i faldoni scelti come battistrada della vera svolta Irap, nel bene o nel male, spuntano anche i nomi di una fotomodella e di uno scrittore.
Posizioni a confronto
Nel silenzio del legislatore, tra alti e bassi processuali – interni e comunitari – l’imposta sul reddito delle attività produttive resiste imperterrita alle critiche e alle bocciature giudiziarie e non è detto che quello della Cassazione possa essere un “colpo di grazia”.
Di fatto, c’è chi, nei corridoi del quarto piano di piazza Cavour, si dice convinto che una soluzione unica alle controversie Irap sia impossibile, perché la sentenza della Corte costituzionale delega inevitabilmente al merito tutto il ruolo decisionale, avendo definito la valutazione dell’autonoma organizzazione una questione di mero fatto.
Un’altra tesi, potremmo dire “mediana”, è quella che tra il “non pagano mai” e il “pagano sempre” vorrebbe indicare una terza via ai professionisti, provando magari a stabilire dei criteri utili a quantificare l’autonoma organizzazione. Ad esempio, per l’individuazione della soglia di tassabilità, potrebbero essere individuati un numero massimo di collaboratori, un tetto di capitale investito, e via dicendo.
Infine, c’è chi ricerca risposte nel passato del giudizio fiscale, cercando di mutuare risposte da analoghi casi di caos interpretativo. Un antenato del contenzioso Irap, quanto a complessità di soluzione e a deficit originario della normativa, è sicuramente la lite Iciap. E, in quel caso, alla fine è stata la norma istitutiva dell’imposta a fornire risposte utili.
Probabilmente, il problema dell’imposta regionale è che la sentenza della Consulta ha “distratto” la platea degli operatori dall’unico testo utile su cui lavorare: la legge istitutiva. Chissà che non aiuti adottare il cosiddetto metodo “a caso vergine”, azzerando precedenti e suggestioni, e provando a concentrarsi sul testo originario per riuscire a mettere a fuoco il difetto di pensiero del legislatore. D’altronde, sul difetto normativo – almeno su quello- il giudizio è unanime.