La nocività dell’amianto per la salute umana è nota fin dagli anni 50. Nonostante ciò nel nostro Paese vi è stato un massiccio utilizzo di questo materiale in vari settori.

In particolare:

Nell’industria: come materia prima nella realizzazione di manufatti, strumenti, tessuti antifuoco; come isolante termico, sia nei processi industriali ad alte e basse temperature (centrali termiche e termoelettriche, industria chimica, siderurgica, vetraria, ceramica e laterizi, alimentare, distillerie, zuccherifici, fonderie, impianti frigoriferi e di condizionamento) che nelle condotte per impianti elettrici (anche nella funzione di barriera antifiamma); come materiale fonoassorbente. Nell’edilizia: per rivestire determinate strutture aumentandone la resistenza al fuoco; nelle coperture in Eternit (cemento-amianto); come elementi prefabbricati; negli intonaci e nei pannelli per le controsoffittature; nei pavimenti (vinil-amianto).

In ambito domestico: nei supporti protettivi di cartone degli impianti di riscaldamento (stufe, caldaie, termosifoni, tubature di fuoriuscita dei fumi); in alcuni elettrodomestici (phon, forni e stufe, ferri da stiro) e nei tessuti di rivestimento.

Nei mezzi di trasporto: nei freni; nelle frizioni; negli schermi parafiamma; nelle guarnizioni; nelle vernici e mastici “antirombo”; per la coibentazione di carrozze ferroviarie, di navi, di autobus, ecc.

Il legislatore italiano solamente nel 1992 – e con estremo ritardo rispetto ai divieti di utilizzo imposti dalle Direttive europee dei primi anni ’80 – ha messo al bando l’utilizzo e la produzione dei materiali contenti amianto.
In particolare la Legge n. 257 del 1992 oltre a stabilire i termini e le procedure per la dismissione delle attività inerenti l’estrazione e la lavorazione dell’asbesto si è occupata, per la prima volta, anche dei lavoratori esposti a questo materiale. In tal senso, il beneficio più consistente è indicato all’art. 13 che introduce una rivalutazione contributiva del 50% ai fini pensionistici dei periodi lavorativi che prevedono un’esposizione al minerale nocivo. In particolare, tale beneficio è stato previsto: per i lavoratori di cave e miniere di amianto, a prescindere dalla durata dell’esposizione (comma 6); per i lavoratori che abbiano contratto una malattia professionale asbesto-correlata in riferimento al periodo di comprovata esposizione (comma 7); per tutti i lavoratori che siano stati esposti per un periodo superiore ai 10 anni (comma 8).

Oltre ai benefici previdenziali è possibile ottenere un risarcimento del danno per di chi ha sviluppato una patologia da esposizione ad amianto – es. placche pleuriche, asbestosi, mesotelioma pleurico. Non esiste infatti una soglia di rischio al di sotto della quale la concentrazione di fibre di amianto nell’aria non sia pericolosa: un’esposizione prolungata nel tempo o a elevate quantità aumenta esponenzialmente le probabilità di contrarre le suddette patologie associate.

Nei casi in cui si sia contratta una malattia per esposizione all’amianto, il diritto al risarcimento può essere fatto valere in ogni caso in cui l’insorgenza della malattia sia in relazione con l’avvenuta esposizione al materiale stesso.

Nella richiesta danni per esposizione lavorativa all’amianto il termine di prescrizione è quello dell’illecito contrattuale e quindi di 10 anni dalla presa coscienza del nesso tra il danno subito e il contatto con l’amianto.
Gli effetti negativi dell’esposizione all’amianto possono manifestarsi in un momento molto successivo alla esposizione stessa. Proprio per questo motivo il termine iniziale da prendere in considerazione per la prescrizione del diritto al risarcimento deve farsi decorrere dal momento in cui il danneggiato abbia preso coscienza del nesso esistente tra il danno presente e la causa remota (l’esposizione all’amianto per l’appunto).

RISARCIMENTO DEI DANNI DA ESPOSIZIONE ALL’AMIANTO SUBITA IN SEDE LAVORATIVA INFORMATIVA DELL’INCARICO

L’AMIANTO E LE PATOLOGIE CONNESSE ALLA ESPOSIZIONE ALLE SUE FIBRE
Molto spesso i lavoratori nello svolgimento delle proprie mansioni erano costretti a manipolare e ad avere, comunque, contatto con l’amianto e/o con materiali composti con amianto e suoi derivati senza alcun tipo di protezione e senza essere in alcun modo informati del rischio per la salute connesso a tale esposizione.
La respirazione di fibre di asbesto costituisce causa una serie di malattie derivanti dall’assorbimento per via polmonare delle fibre. Le principali patologie correlate all’asbesto sono:

  1. Asbestosi, cioè una progressiva ed inarrestabile fibrosi del polmone;
  2. Danni pleurici (placche ed ispessimenti); non esistono altre sostanze, oltre le fibre di amianto, idonee a causare nell’uomo l’insorgenza di tali patologie;
  3. Tumori primitivi pleurici (mesoteliomi); non esistono altre sostanze, oltre le fibre di amianto, idonee a causare nell’uomo l’insorgenza di tali patologie;
  4. tumori epiteliali polmonari; vi è una correlazione certa tra l’insorgere di tali patologie e l’esposizione all’amianto;
  5. tumori di altre sedi (in particolare quelli laringei, gastrointestinali, renali, del sistema linfoemopoietico e ovarici nelle donne); la discussione scientifica ha evidenziato che l’esposizione all’amianto può aumentare l’insorgenza di tali malattie.

Con L. 24-12-2007 n. 244 (art. 1 comma 241) è stato istituito presso l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) un Fondo per le vittime dell’amianto, riconosciuto in favore di tutte le vittime che hanno contratto patologie asbesto-correlate per esposizione all’amianto e alla fibra «fiberfrax», ed in caso di premorte, in favore degli eredi.
Per espressa previsione normativa (comma 242), le prestazioni del Fondo non escludono e si cumulano ai diritti di cui alle norme generali e speciali dell’ordinamento, quali la rendita diretta o in favore dei superstiti dovuta dall’INAIL o il risarcimento del danno dovuto dal datore di lavoro, rispetto alle quali pertanto non sarà dunque prevista alcuna compensazione né calcolo differenziale.

L’AZIONE RISARCITORIA IN SEDE CIVILE
Qualora il soggetto ammalatosi a causa dell’esposizione all’amianto sia un lavoratore che abbia svolto la propria attività in ambiente insalubre lo stesso potrà intentare la causa innanzi al giudice del lavoro garantendosi in tal modo una celere valutazione dei fatti ed altrettanto rapida conclusione del giudizio.
L’azione viene introdotta mediante ricorso da notificarsi al datore di lavoro, ed è diretta all’accertamento della responsabilità civile del medesimo per l’omessa predisposizione di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della sua maggiore o minore possibilità di venire a conoscenza e di indagare sull’esistenza di fattori di rischio specifico.

Di particolare complessità risulta effettuare tale valutazione con riferimento all’epoca di possibile insorgenza della malattia, considerando che il grado di conoscenza circa la pericolosità dell’amianto è progredita nel corso dei decenni (si consideri, ad esempio, che in Italia già il R.D. 503/1927 ed il successivo D.P.R. 303/1956 già fissavano specifiche e mirate disposizioni volte a tutelare i lavoratori dalla esposizione a tutte le polveri, mentre la produzione e lavorazione dell’amianto è stata vietata solamente con la Legge n. 257 del 1992).

Il codice di procedura prevede che il “rito lavoro” debba svolgersi con tempistiche contenute nel tempo ed impone, quindi, alle parti l’anticipazione di tutte le proprie tesi difensive e della documentazione a supporto delle stesse sin dall’atto introduttivo.
In questo senso occorrerà, quindi, ottenere tutte le informazioni ed i documenti rilevanti per la causa prima dell’introduzione del giudizio in quanto una volta presentato l’atto sarà pressochè impossibile cambiare la propria posizione difensiva.
Normalmente la causa viene trattata in poche udienze (tese al più all’assunzione delle prove testimoniali e/o alla effettuazione di consulenze tecniche di ufficio ritenute rilevanti dal Giudice) e si conclude con la lettura del dispositivo in udienza.

Vale notare che la circostanza di aver ottenuto dall’INAIL la certificazione di malattia professionale per patologie collegate all’amianto è circostanza particolarmente rilevante non solo perché tale accertamento costituisce un argomento di prova sulla avvenuta esposizione in campo lavorativo (da sottolineare, però, che quanto accertato dall’INAIL non è prova conclusiva della esposizione subita) ma anche perché in caso di corresponsione di rendita tali somme andranno detratte dal risarcimento del danno liquidato dal giudice. Con ciò intendendosi che la rendita INAIL non è l’unica somma che può essere ottenuta per i danni subiti a causa di esposizione all’amianto in sede lavorativa.

Il giudice ordinario è, invece, competente qualora la domanda sia azionata dagli eredi di un lavoratore deceduto per patologie correlate all’amianto ed in tutti gli altri casi di esposizione (cioè di contaminazione in ambiente diverso da quello lavorativo).
In questi casi il processo si svolgerà secondo la procedura ordinaria la quale si caratterizza per una scansione procedurale più lunga che se da una parte non garantisce uguale celerità nella definizione del processo dall’altra permette di “aggiustare il tiro” delle domande oltre la presentazione dell’atto introduttivo.
Nel processo di cognizione ordinaria alla notifica dell’atto introduttivo segue una fase di possibile precisazione della domanda nonché una fase istruttoria il cui contenuto viene precisato con memorie successive alla prima udienza.

Normalmente la fase istruttoria sia nel rito lavoro che nel rito ordinario avrà ad oggetto documenti attestanti lo stato dei luoghi in cui si è sofferta l’esposizione, prove testimoniali sulla esposizione stessa nonché l’espletamento di una consulenza tecnica a mezzo di periti medici e/o di igiene industriale che dimostrino sia la gravità della esposizione che le conseguenze sulla salute che questa ha determinato.

Deve rammentarsi che le valutazioni peritali in ordine alle patologie contratte oltre che a risultare economicamente gravose, aspetto che comunque grava esclusivamente a carico della società, costituiscono complesse attività di valutazione.

I TERMINI DELL’AZIONE
Purtroppo le patologie da amianto sono lungolatenti, potendo manifestarsi anche a distanza di decenni dalla esposizione subita, pertanto risulta di particolare importanza chiarire quali sono i termini prescrizionali della azione di risarcimento.
Nella richiesta danni per esposizione lavorativa all’amianto il termine di prescrizione è quello dell’illecito contrattuale e quindi di dieci anni, (mentre per la richiesta danni per esposizione all’amianto extra lavorativa – ipotesi che può venire in rilievo per i parenti del lavoratore che abbiano comunque subito dei danni – normalmente il termine di prescrizione è quello dell’illecito extra contrattuale e quindi di 5 anni dal verificarsi dell’evento lesivo).

Come sopra esposto gli effetti negativi della esposizione all’amianto possono integrarsi in un momento molto successivo alla esposizione stessa, si deduce, quindi, che il termine iniziale da computarsi per la prescrizione del diritto debba farsi decorrere dal momento in cui il danneggiato abbia preso coscienza del nesso esistente tra danno presente e causa remota.
Vi è da sottolineare che tale conoscenza è da intendersi non solo come conoscenza effettiva ma come conoscibilità e quindi commisurata sulla diligenza dell’uomo medio.

Dislocandosi in tempi diversi il fatto illecito, il verificarsi del danno e la sua manifestazione, occorre valutare se il danneggiato, abbia avuto consapevolezza del danno nella sua interezza, se egli ne abbia avuto conoscenza completa, se abbia percepito il nesso tra illecito e danno, se ne abbia identificato il responsabile.

Ad oggi si identifica quale momento rilevante per il computo della prescrizione quello in cui il danneggiato abbia avuto piena consapevolezza della riferibilità della propria patologia all’illecito altrui (quindi in caso di esposizione all’amianto da quando ha avuto conoscenza dell’insorgere di una patologia a questo collegata e dell’averla posta in correlazione alla esposizione subita). Tale momento viene fatto coincidere – di solito- con quello in cui il danneggiato ha presentato la domanda di indennizzo per la concessione dei benefici previdenziali.

Con riferimento ai danni cd “iure proprio” chiesti dai congiungi del deceduto per malattia contratta a causa di esposizione ad amianto (v. infra) , i termini di prescrizione dell’azione coincidono con quelli di prescrizione dell’omicidio colposo conseguenza della violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro. Pertanto, se l’evento morte si è verificato prima del 2006 (ai sensi del combinato disposto della legge n. 251/2005 e 102/2006), l’azione si prescrive nel termine di 10 anni che decorrono dalla morte, se l’evento morte si è verificato dopo il 2006 l’azione si prescrive nel termine di quattordici anni, ai sensi dell’art. 157, comma 6 c.p.

IL PROCEDIMENTO
Il regime probatorio in materia sancisce che il ricorrente (il lavoratore e/o per lui gli eredi) ha l’onere di dimostrare:

1) la condotta illecita del datore di lavoro (dimostrare la mancata informazione ai lavoratori dei rischi e la esposizione del lavoratore all’amianto);
2) l’evento (l’insorgenza di una patologia ricollegabile all’esposizione all’amianto);
3) il nesso di causalità (la riferibilità all’amianto della patologia lamentata)

Tali dimostrazioni dovranno essere fornite mediante allegazione di apposite perizie medico-legali e prove documentali che certifichino il nesso di causa, permettendo di quantificare il danno biologico e/o il danno patrimoniale patito in conseguenza dell’illecito.
Una volta introdotto, il giudizio potrà seguire modalità di svolgimento e di conseguenza tempistiche differenti, variabili caso per caso, in base alla complessità della causa ed alle difese di controparte.

In caso di soccombenza o di mancato accoglimento integrale della domanda, sarà valutata la possibilità di ricorrere in appello., cui seguirà eventualmente, ricorso in Cassazione per i soli motivi previsti dall’art. 360 c.p.c.

DANNI RISARCIBILI
In caso di lesione della integrità fisica il danneggiato ha diritto al risarcimento:

  • del danno patrimoniale, conseguenza eventuale e consistente nella diminuzione della capacità di produrre reddito e in ogni ulteriore danno effettivamente determinato, sia sotto il profilo del lucro cessante che sotto quelle del danno emergente;
  • del danno morale, anch’esso eventuale, consistente nella sofferenza temporanea sia psichica che fisica conseguente alla lesione;
  • del danno biologico, permanente o temporaneo, risarcibile ex art. 32 Cost. e 2043 c.c.

Gli eredi possono richiedere:

l risarcimento del danno biologico iure successionis (ottenendo cioè il danno che sarebbe spettato al deceduto);

il risarcimento del danno biologico iure proprio (nella forma di danno biologico proprio quando risulti che abbiano subito lesioni al proprio bene salute – stati ansiosi depressivi ecc – ) e come danno da privazione del rapporto parentale

il risarcimento del danno patrimoniale subito dai familiari per il venir meno dell’eventuale contributo economico portato dal de cuius (qualora questi fosse produttore di un reddito) nell’ambito familiare (tale danno però è di difficile prova e passa dalla dimostrazione che il deceduto fosse già percettore di un reddito che si sarebbe presumibilmente mantenuto costante). Inoltre, a titolo di danno emergente i familiari potranno chiedere il rimborso delle spese funerarie ed eventualmente quelle sanitarie sopportate (ovviamente nel limite di quelle che rispondono ad un criterio di normalità).

QUANTIFICAZIONE DEL DANNO
Vale ricordare che se il lavoratore ha ottenuto il riconoscimento da parte dell’INAIL di una rendita per la malattia professionale subita la domanda dovrà essere conformata secondo la fattispecie del “danno differenziale” e cioè dalla somma riconosciuta a titolo di danno andranno sottratte le somme già percepite dal lavoratore quale rendite.

SUGLI ONERI E LA COMPLESSITA’ DELLA CAUSA
Le possibilità di successo della causa sono correlate ad una esposizione accurata e circostanziata dei fatti posti a fondamento dell’azione, anche con l’eventuale allegazione di apposite perizie medico-legali, prove documentali e testimonianze. Ci riserviamo, pertanto, di escludere ogni nostra responsabilità qualora i fatti e le circostanze riferite venissero smentite da controparte in sede di giudizio mediante prova contraria.
Infine, sul quantum del danno risarcibile, non è possibile fornire in questa sede un riferimento certo ed oggettivo, essendo questo variabile a seconda della durata e del tipo di “sofferenze” subite in conseguenza del fatto illecito.

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