Secondo recenti inchieste giornalistiche sarebbero circa cinquantamila in Italia le persone vittime di ingiusta detenzione ed errori giudiziari. Per tutti coloro che hanno ingiustamente subito una limitazione della propria libertà personale (custodia cautelare, arresti domiciliari e carcerazione) è possibile richiedere allo Stato un risarcimento.

La riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione è stata introdotta con l’emanazione del nuovo Codice di procedura penale (D.P.R. n.447/88) ed è regolamentata dagli articoli 314 e 315 dello stesso. In proposito, il suddetto codice stabilisce che la custodia cautelare in carcere è ingiusta (si parla in merito di “ingiustizia sostanziale”) quando un imputato all’esito del procedimento penale viene prosciolto con sentenza di assoluzione diventata irrevocabile, ossia riconosciuto innocente: per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato, perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.

In proposito, è opportuno ricordare che, ai sensi dell’art. 314, terzo comma del Codice di procedura penale, alla sentenza di assoluzione sono parificati la sentenza di non luogo a procedere e il provvedimento di archiviazione. La custodia cautelare, inoltre, è illegittima quando è stata subita da un imputato prosciolto per qualsiasi causa, o da un condannato che nel corso del processo vi sia stato sottoposto senza che ne sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli articoli 273 e 280 c.p.p., a prescindere dalla sentenza di assoluzione o di condanna (art. 314, secondo comma, c.p.p. – c.d. “ingiustizia formale”).

Il soggetto che ha subito un’ingiusta detenzione vanta un vero e proprio diritto soggettivo ad ottenere un’equa riparazione e l’entità complessiva del ristoro (che ha natura indennitaria e non risarcitoria) deve essere valutata equitativamente da un giudice e può equivalere ad una cifra fino a € 516.456,90.

L’azione per ottenere il risarcimento del danno da ingiusta detenzione è proponibile nel termine di due anni dal momento in cui la sentenza di assoluzione o proscioglimento è divenuta irrevocabile, non è cioè più soggetta ad impugnazione, oppure, nel caso di archiviazione del procedimento, dal giorno in cui è stata notificata la richiesta di archiviazione alla persona indagata.

Decorsi due anni non è più possibile chiedere l’equa riparazione.

Chi è invece stato prosciolto in sede di revisione, se non ha dato causa per dolo o colpa grave all’errore giudiziario, ha diritto a una riparazione commisurata alla durata dell’eventuale espiazione della pena o internamento e alle conseguenze personali e familiari derivanti dalla condanna.
La riparazione si attua mediante pagamento di una somma di denaro ovvero, tenuto conto delle condizioni dell’avente diritto e della natura del danno, mediante la costituzione di una rendita vitalizia. Nel caso in cui il condannato muore, anche prima del procedimento di revisione, il diritto alla riparazione spetta al coniuge, ai discendenti e ascendenti, ai fratelli e sorelle, agli affini entro il primo grado e alle persone legate da vincolo di adozione con quella deceduta.

La domanda di riparazione può essere proposta, a pena di inammissibilità, entro due anni dal passaggio in giudicato della sentenza di revisione.

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