Con la nota sentenza Francovich del 28 maggio 1991 per la prima volta la Corte di giustizia ha precisato che i singoli hanno il diritto di chiedere allo Stato membro il risarcimento dei danni subiti in conseguenza della mancata attuazione di una direttiva all’interno di uno Stato membro.
Con tale sentenza infatti, la Corte ha stabilito il principio della responsabilità dello Stato, che risulta “inerente al sistema del trattato”, formula costantemente ripresa nella giurisprudenza della Corte.

In particolare la Corte ha tratto i tre seguenti presupposti per determinare la responsabilità dello Stato per atti normativi contrari al diritto comunitario, ossia:

a) la norma giuridica violata deve conferire diritti ai singoli;
b) la violazione deve essere sufficientemente qualificata; c) deve sussistere un nesso di causalità diretto tra la violazione dell’obbligo che incombe allo Stato e il danno subito dalle persone lese.

Affinché sorga la responsabilità dello Stato membro occorre verificare se il pregiudizio che si afferma di avere subito derivi in maniera sufficientemente diretta dalla violazione del diritto comunitario da parte di detto Stato. La giurisprudenza interna sulla base dei principi enunciati dalla CGUE ha individuato i parametri per valutare la conformità del diritto interno ai risultati imposti dall’ordinamento comunitario: il diritto al risarcimento deve essere riconosciuto allorché la norma comunitaria, non dotata del carattere self-executing, sia preordinata ad attribuire diritti ai singoli, la violazione sia manifesta e grave e ricorra un nesso causale diretto tra tale violazione ed il danno subito dai singoli, fermo restando che è nell’ambito delle norme del diritto nazionale relative alla responsabilità che lo Stato è tenuto a riparare il danno, ma a condizioni non meno favorevoli di quelle che riguardano analoghi reclami di natura interna e comunque non tali da rendere praticamente impossibile o eccessivamente difficile ottenere il risarcimento;

b) l’inadempimento riconducibile al legislatore nazionale obbliga lo Stato a risarcire i danni causati ai singoli dalle violazioni del diritto comunitario;
c) il risarcimento del danno non può essere subordinato alla sussistenza del dolo o della colpa;
d) Il risarcimento deve essere adeguato al danno subito, spettando all’ordinamento giuridico interno stabilire i criteri di liquidazione, che non possono essere meno favorevoli di quelli applicabili ad analoghi reclami di natura interna, o tali da rendere praticamente impossibile o eccessivamente difficile ottenere il risarcimento. In ogni caso, non può essere escluso in via generale il risarcimento di componenti del danno, quale il lucro cessante; e) il risarcimento non può essere limitato ai soli danni subiti successivamente alla pronunzia di una sentenza della Corte di Giustizia che accerti l’inadempimento.

Oramai sono moltissime le sentenze di condanna dello Stato italiano al risarcimento del danno per inadempimento al Diritto dell’Unione Europea, caso più eclatante riguarda gli specializzandi medici che grazie a questo tipo di azione hanno ottenuto ingenti risarcimenti per il mancato riconoscimento di un’adeguata retribuzione per gli anni di specializzazione.

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